Excerpt for Lauto Grill. Giallo industriale by , available in its entirety at Smashwords

Lauto Grill

Giallo industriale

di Diego Bernasconi

Copyright 2018 Gabriele Capelli Editore

Gabriele Capelli Editore

ISBN 978-88-97308-69-0 (EPUB)

Immagine di copertina: Photopips

Editing: Dada Montarolo

Prima edizione maggio 2018

Pubblicazione sostenuta dalla Fondazione svizzera per la cultura Pro Helvetia.

La casa editrice Gabriele Capelli Editore beneficia di un sostegno strutturale dell'Ufficio federale della cultura per gli anni 2016-2020.

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Mutare mutanda semper bonum est.1





Indice

Capitolo uno - Accidia

Capitolo due - Gola

Capitolo tre - Avarizia

Capitolo quattro - Lussuria

Capitolo cinque - Ira

Capitolo quattro (bis) - Lussuria

Capitolo sei - Superbia

Capitolo sette - Oreste Fidelis

Capitolo otto - Invidia

Capitolo nove - Malinconia

(Nel medioevo la Chiesa l’aveva inclusa tra i vizi capitali)

Capitolo dieci - Lux

Epilogo

(Anche i sogni a volte hanno un epilogo)





Indice

Capitolo uno

Accidia

Il sole, nascosto nell’oscurità, sembra non essersi ancora mosso.

Il rumore del chiavistello dà il via alla giornata lavorativa di Adelmo. Con innata apatia apre la porta del museo, entra, richiude e dà un giro di chiave. Accende le lampade al neon che illuminano di luce artificiale, ma regolare, l’entrata e lo spogliatoio che si trova in un angolo a poca distanza. Adelmo apre l’armadietto in metallo, ci infila la giacca e indossa un camice da lavoro grigio topo sbiadito. Di luce naturale nemmeno l’ombra. L’assenza di cambiamenti cromatici rincuora il custode.

Prima di partire per il giro preapertura, come d’abitudine, controlla l’orologio da polso ricevuto in regalo il giorno della cresima da un ignoto parente. Osserva l’ora con un mezzo sorriso, troppo lungo per non essere falso e che ha più l’aria di una paresi facciale. Quel sorriso è una delle pochissime espressioni di Adelmo che, beato, si siede sulla sedia nell’angolo, proprio accanto agli armadietti. Mancano ancora tre minuti e venti secondi all’apertura del museo, calcolando che il giro preapertura comprende la verifica di tutti gli oggetti e l’accensione dell’interruttore di ben due vetrine espositive per una durata totale di esattamente due minuti e quarantasei secondi, può stare tranquillo ancora trentaquattro secondi. E di questo si rallegra.

Nel paese di Sant’Eligio, patrono dei metalmeccanici festeggiato il 1° dicembre, il Museo di storia contadina era nato più che altro per ragioni finanziarie. La verità è che di storia contadina o di ambienti agresti questa località, prettamente industriale, non ha mai sentito neppure l’odore. Le industrie Tassoni, infatti, crearono questo accessorio museale al paese negli anni Settanta solo per ricevere i sussidi statali e detrazioni fiscali. Dopo l’inaugurazione, ma soprattutto dopo aver ricevuto i benefici finanziari, il museo e il custode rimasero soli e abbandonati a loro stessi, di visitatori non ci fu mai traccia. Tanto meglio: meno pensieri e imprevisti per il custode, a quel tempo il padre di Adelmo.

Non si capisce se le indoli dei custodi siano innate o si formino con la pratica della professione. Sta di fatto che padre e figlio hanno una naturale avversione al cambiamento, a qualsiasi alterazione della quotidianità. Amano a tal punto la monotonia da rendere monotono anche l’amore per la stessa. La loro inutilità, vista dall’esterno, potrebbe sembrare egoismo allo stato puro. Invece, esaminandola più da vicino, si arriva a concludere che sia da considerarsi volontà di non esistere. Se non esisti non puoi essere disturbato.

È l’ora.

Adelmo controlla l’accensione del meccanismo che fa muovere un manichino vestito da contadino il quale, spingendo un pulsante, alza e abbassa una forca per tre volte. Questo ameno congegno elettromeccanico dovrebbe rappresentare l’essiccatura del fieno nei campi, ma siccome di campi in quella regione non ce ne sono mai stati, di fieno, sulla forca, per coerenza non ce n’è neppure un filo. Adelmo prosegue accendendo le luci di due teche colme di cartoline con immagini di animali. Sono disposte in ordine alfabetico: a suo tempo era stato chiamato un biologo da Torino per questa incombenza. Con ben 186 foto, tutte a colori, si inizia dall’asino per arrivare alla zebra.

Seguono dei tavoli stretti dove sono appoggiate le rubriche telefoniche. Una collezione di dieci pezzi dal 1966 al 1977, il 1971 manca. I tomi, assicurati con una catenella, si possono consultare anche senza guanti bianchi. Adagiati sotto a questo patrimonio letterario si trovano dei grandi sacchi in juta con la scritta Café do Brasil. Nessuno ne conosce il vero contenuto. Appesi al muro della parete sud, una fila di copricapi di varia natura e genere, anche questi ordinati alfabeticamente per nome partendo dal Basco, passando per il Colbacco e il Fez per terminare con la Tuba.

La ricognizione termina proprio sotto l’unica cosa che potrebbe avere a che fare con il mondo contadino della regione: un aratro. Appeso con robuste cordine in metallo sopra l’entrata principale si può godere della vista di questo vomere dei primi anni Cinquanta proveniente – ecco la ragione del “potrebbe” – dal Belgio. Un legame con Sant’Eligio però c’è: questo attrezzo è stato costruito con acciaio forgiato proprio qui, dalle acciaierie Tassoni. Appendere questo cimelio del Novecento è stato il primo e unico lavoro manuale eseguito dal padre di Adelmo. Giustappunto tutti i Natali, dopo il taglio del panettone, non mancava di raccontare l’impresa... tralasciando però il dettaglio che alla fine del lavoro, tornato nel suo appartamento al piano superiore, si accorse di aver forato anche il pavimento del salotto! Preso dal panico più profondo fu vittima di un blocco completo. Rimasto inerme e con una sola piccola parte del cervello ancora in grado di formulare un pensiero, si convinse che qualsiasi tipo di attività faccia male; meglio quindi l’inerzia. Ciò che temeva maggiormente era la reazione del direttore del museo. Per quanto incredibile possa sembrare, questo inutile museo aveva anche un inutile direttore. Avvicinato dal padre di Adelmo in una sola occasione, ossia il giorno dell’assunzione, dopo un timido saluto il custode gli chiese di conoscere i dettagli pratici dell’attività e gli orari di lavoro. Ne ottenne una semplice, chiara, risposta: «Le farò sapere», ma al museo non fu mai più visto.

Qualche tempo dopo la disavventura bucolica – nel senso dei buchi –, arrivò una notizia che azzerò tutte le preoccupazioni: i Tassoni avrebbero lasciato il paese. Non solo: il genitore di Adelmo ereditò lo stabile con il museo e l’appartamento, nonché una cospicua rendita vitalizia.

Un dono per la grande fedeltà dimostrata negli anni e l’intenzione della filantropica famiglia Tassoni di voler continuare a mantenere alto il livello culturale del paese. Questo, secondo il padre di Adelmo, i motivi dell’origine del lascito.

In verità di paese ne restò ben poco. La partenza dei Tassoni, con la logica chiusura delle omonime industrie, portò con sé lo spopolamento di Sant’Eligio, che così come era nato per ragioni prettamente opportunistico-professionali morì quando gli vennero tolte queste opportunità. Neppure la nascita di Adelmo riuscì a risollevare la curva demografica di quegli anni. Via la gente, via i commerci. Via le chiese, via gli oratori. Via i bambini, via le scuole. Via i malati, via l’ospedale. Via gli anziani, via il cimitero, finendo per essere il paese stesso una via: Via Sant’Eligio.

Terminato il giro di Adelmo, il museo può aprire i battenti.

La pigrizia e l’inutilità sono snervanti sotto ogni punto di vista. Dopo l’apertura delle porte Adelmo rimane seduto per otto ore, non consecutive, su uno scomodo sgabello nell’angolo vicino al contadino semovente, fissando il nulla, felice. La sua occupazione principale è quella di determinare il trascorrere del tempo, osservando il riflesso del sole che al mattino entra da una finestra per poi a metà giornata passare all’altra.

Questa alterazione di luce al nostro custode dà fastidio, come tutti i cambiamenti che in generale lo snervano, così chiude gli occhi per diverso tempo, poi li riapre indirizzando lo sguardo dove immagina dovrebbe essere, e dove immancabilmente trova, il riflesso del sole. Questo il suo regolare tran tran quotidiano, tenuto conto delle ovvie variazioni annuali. Nei grigi giorni di pioggia la sua inattiva felicità è alle stelle, anche se in qualche raro caso gli capita di allenarsi anche senza sole: è successo due volte in tutto, in primavera e probabilmente a causa di squilibri ormonali.

Anche il passare del tempo irrita Adelmo, per non parlare della crescita di barba, capelli e unghie, che lo mette a dura prova. Si pensa non si sia mai ammalato solo per non creare una qualsivoglia novità. Non riesce a sopportare nemmeno l’atto di addormentarsi o di svegliarsi. Si crede perfino che provi fastidio nel vivere. Forse l’unica soluzione sarebbe la morte che è il solo modo di esistere senza cambiamenti, né alterazioni. Il nulla dal nulla. Ma dopo la morte ci sarà davvero il vuoto? E se non ci fosse? Cosa ci sarà? Un altro cambiamento? O magari un mutamento di stato continuo?

Meglio non rischiare.

Vederlo seduto lì, accanto al contadino in movimento, rende ancora più evidente la sua impressionante staticità. L’inattività di quell’uomo può sicuramente mandare al manicomio qualsiasi essere umano. Tanto che sta venendo il nervoso anche a me che scrivo!

Ma per fortuna nostra – visto che per lui è una maledizione – ecco una piccola, quasi impercettibile variazione in quella vita fatta di nulla.

Da una finestra si intravede un alone di fumo, una specie di nebbiolina colorata che infastidisce la coda dell’occhio di Adelmo. Giratosi quasi involontariamente in quella direzione, non può evitare di vedere un uomo che osserva le auto parcheggiate proprio lì di fronte e annota con grande precisione qualcosa sul suo taccuino.

Non riesce a definire bene i tratti dell’uomo anche perché, tra lui e la finestra che dà sul parcheggio, c’è la vetrinetta del piccolo emporio dove sono esposti i gadget del museo: aratri della Lego, statuine di mucche adagiate su conchiglie cosparse di brillantini argentati, bocce effetto neve con un trattore celato all’interno, piccoli busti barometrici raffiguranti Napoleone che, lo sappiamo, se diventano azzurri sarà sereno, se invece si colorano di rosa pioverà e infine gli immancabili opuscoli del museo rigorosamente in bianco e nero.

Anche se nulla è mai stato venduto, questa parte ludico-commerciale del museo è in ordine e senza la minima traccia di polvere. Naturalmente, Adelmo non è il tipo da prendere iniziative del genere. Per queste faccende il merito va a sua moglie Ginevra.

In seguito all’autopensionamento del padre di Adelmo, fu deciso di assumere Ginevra con il ruolo di Incoming Controller e Head of Marketing o per meglio dire: cassiera tutto fare. Adelmo non poteva certo farcela da solo. La scelta fu opera della madre di Adelmo, l’unica ad avere potere decisionale in famiglia, anche perché quale altro membro di questa famiglia ne avrebbe mai la capacità?

Dicevamo, la scelta ricadde su Ginevra per il semplice fatto che quest’ultima già girava per casa aiutando nelle pulizie e nella gestione ordinaria delle faccende domestiche.

La questione romantico-sentimentale-nozzifera di Adelmo e Ginevra si riassume in due punti: la frequentazione costante, data dalla monotonia del posto di lavoro, e la certezza di lei di ereditare lo stabile dal suocero. Per queste due semplici ragioni, dopo pochi anni, i due piccioncini si unirono in matrimonio.

Un matrimonio, diciamolo, abbastanza freddino. Di fatto le abitudini sessuali della coppia rientrano appieno nello stile tanto caro ad Adelmo: il nulla, che non impegna e di certo evita di far sudare.

A dire la verità nessuno si era mai preoccupato di spiegare al nostro amico il funzionamento della vita intima tra uomo e donna – argomento trattato più avanti nel capitolo quattro – e Ginevra si era ben guardata dal farlo. Le sue esigenze di donna? Questioni secondarie. Al momento non aveva tempo, doveva pensare agli affari. Ginevra, detta la Signora per la grande presenza scenica, fisica e spirituale ha un’energia così densamente folgorante da togliere il fiato. Dire di lei che sia una donna tutta d’un pezzo sarebbe un eufemismo quasi offensivo, un volerla sminuire. Di una donna del genere si può solo dire che sia come minimo di tre o meglio quattro pezzi. È energia allo stato puro che, abbinata alla potenza creativa e al bisogno di realizzare, nel senso pratico del concetto, fanno della Signora il deus ex machina di tutto e di tutti.

Qualsiasi cosa tocchi diventa oro, qualsiasi progetto partorisca la sua mente prende forma superando di molto le aspettative. Quando si lancia con un’idea, nessuno la può fermare. Un treno in corsa le fa un baffo! Con lo sguardo sempre rivolto al futuro e consapevole del fatto che alla morte del suocero il vitalizio verrà a mancare, decide di diversificare le sue attività. Sfruttando la posizione strategica della struttura, con la parte opposta al museo che dà su una delle arterie principali del traffico merci europeo e un ampio parcheggio pronto a ospitare innumerevoli vetture, l’idea è quasi vergognosamente scontata: aprire un autogrill. Non le serve altro. Di certo non si scomoda a chiedere l’approvazione del marito o del suocero e infatti, pochi mesi dopo il matrimonio, l’autogrill ha preso forma ed è pronto per l’apertura.

* * *

Il tonfo della chiusura del tomo mi risveglia e dal mio corpo fuoriesce un “Accidia!” che fa tremare l’aula. Uno spavento simile era da un po’ che non me lo prendevo, ma la tranquillità del racconto era così conciliante... Forse anche grazie ai residui d’aperitivo lungo, dalle 18:00 alle 23:30 della sera prima, stavo ancora navigando sereno tra i fluidi alcolici in uno stato di estasi. Tutta la classe mi guarda. Allora io, con i primi neuroni avviati dopo il sonnellino, ripeto e fingo un “accìììììdia” in formato starnuto. Dopo molte perplessità, finalmente un “Salute!” da parte del professore e tutto rientra nella norma. Effettivamente Storia delle religioni mi ha sempre provocato un senso profondo di torpore catartico-meditativo: mai dormito meglio in classe. Che ora è? Boh... Spero sia finita la lezione, penso sia il momento di andare in bagno. Non ricordo se ho mangiato inciuladas o qualcosa del genere, ma una forte pressione nell’addome fa capire che molto presto lo scoprirò. Il braccio teso sale naturale verso il cielo. Un inizio di lacrima all’occhio destro ne sottolinea l’urgenza. La mutanda forse è già compromessa. Non mi vedo ma immagino la mia espressione: la pietà di Michelangelo a confronto è un cartone animato. Al limite del Self-Cake apro bocca per supplicare pietà ma la campanella mi salva. Abbassando il mio record personale dei settanta metri piani, comprensivi di una rampa di scale, mi precipito in bagno dove finalmente le mie interiora raggiungono la pace. Sembra di assistere alle guerre puniche se ci fossero state le armi pesanti. Ma più che altro ora si poteva festeggiare la liberazione... degli intestini! Esco da questo luogo, per molti sacro, di cui potevo anche evitare di raccontarvi, e chi mi trovo? Giuditta. La mia compagna più secchiona, ma anche la più bella e la più ricca. E pure bionda! Lei da sola, senza far niente, sfata almeno una decina di luoghi comuni. Inutile spiegarle cosa è successo: con la porta che stava per chiudersi anche per un olfattoleso sarebbe stato chiaro l’accaduto.

«Interessante il punto di vista di Adelmo, non trovi?»

Ma perché questa strafiga non mi molla? C’è qualcuno che la paga? Candid camera? Compassione? Boh... sto al gioco:

«Effettivamente la diatriba tra i colossi di Rodi potrebbe far pensare a...»

Lei non è scema:

«Ok, non hai seguito niente. Domani ti passo gli appunti.»

Inutile che ci giri in giro, sarebbe solo una perdita di tempo per entrambi:

«Ma perché lo fai?»

«Non saprei dirti di preciso... ma penso tu sia l’animo più sensibile e romantico che esista.»

«Ahahahah! E lo hai capito dalle mie reazioni intestinali?»

«Smettila di fare l’asino!»

«Io sono qui solo perché sono obbligato, lo sai benissimo!»

«Sicuramente i tuoi modi di ragionare sono dettati più che altro dall’alcol, ma certi punti di vista sono molto interessanti e profondi.»

«Ahhh! Quindi mi vieni dietro solo per conoscere i limiti di una brillante mente umana?»

«Diciamo che posso seguire interessanti profondità intellettuali senza rovinarmi il fegato, visto che lo fai tu.»

Ancora in fase di smaltimento, momento dove si fanno più cazzate che durante la sbornia stessa, riesco a dire un non convinto:

«...ma io ti amo...»

La sua risata, tra l’altro coinvolgente e piena di belle cose, riempie il corridoio.

«Tu sei fuori come un balcone!» e continuando a ridere se ne va.

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Capitolo due

Gola

In effetti, però, c’è da dire che il primo peccato capitale l’ho capito bene. Adelmo è la pigrizia fatta persona. Una cosa insopportabile per molti, ma vista con i suoi occhi anche piacevole: ci si isola, si fugge dal mondo senza bisogno di mezzi chimici o esercizi parapsicoanalitici. Io la toglierei dai peccati. Non è da inserire nei pregi visto che alla società non serve a nulla. Ma riuscire a metterlo in pratica di tanto in tanto è una grande abilità. Mi piace. Con molta probabilità però, il mio peccato preferito è il prossimo: Gola. A proposito, è meglio che mi muova a ordinare qualcosa. Non c’è miglior metodo per smaltire una sbornia che un abbondante piatto di pasta seguito da un sonnellino di un paio d’ore. Entro all’Osteria Tassoni e mi trovo Gianni che mi guarda, ride e mi anticipa:

«Uno spaghetto alla carbonara oppure penne alla boscaiola o, se proprio ieri sera hai esagerato, tortellini prosciutto e panna.»

«Direi che posso rimanere sulla carbonara, porzione normale.»

«Non doppia? Allora ieri sei stato veramente pacato.»

«Un angioletto. Mi raccomando che il guanciale sia ben dorato, e il pecorino che sia romano, e il pepe pestato al momento, e...»

«...e allora fatteli tu, visto che sei uno chef.»

«Io non sono chef, sono pasticciere e tu lo sai bene. Se non vuoi portarmi il piatto fatto come Dio comanda, me ne vado in un altro posto.»

«Ahahahah! E dove troveresti un altro ristorante dove ti servono gratis?»

«Magari in un posto dove cercano un pasticciere su chiamata che lavori gratis!»

«Dai, ora calmati e vai a sederti al solito tavolo.»

«Da bere portami un bicchiere di vino rosso e acqua gassata.»

Buttando l’occhio al bancone con la vetrinetta dei dolci ricambio un sorriso alle brioche. Anche la presentazione del cibo ha il suo perché.

Trovandomi davanti al piatto più che abbondante di carbonara, un brivido mi sale dalla schiena fino alla nuca aprendomi i rubinetti dell’acquolina. Il profumo del vapore sprigionato dal piatto mi commuove. E pensare che ho scoperto questo luogo proprio per la fama dei suoi spaghetti alla carbonara: i migliori della regione.

Il primo lento boccone mi riporta la mente ai peccati: l’ingordigia, l’abbandono nei piaceri della tavola, la perdita totale del senso della misura e quindi della capacità di provare piacere reale per ciò che si sta gustando. Come può essere peccato una cosa che porta felicità? Finito anche l’ultimo goccio di rosso, appoggio il capo sullo schienale della panca imbottita ad angolo e con quest’ultima domanda che nuota nei miei pensieri mi addormento beato.

* * *

L’uomo con il taccuino entra nell’autogrill facendo suonare il campanellino della porta, ma questo non infastidisce in alcun modo Adelmo che sta osservando il secondo – il primo era stato l’alba – grande evento naturale della giornata. Tra pochi istanti il riflesso della luce solare, in lento movimento sulla parete alla sua sinistra, passerà a illuminare quella di fronte a lui. In questo periodo dell’anno però il custode non potrà godere del passaggio geometrico lineare. Proprio allora, infatti, iniziano i suoi 15 minuti di pausa e Adelmo non può certo tardare. Si alza pronto dallo sgabello e si dirige verso lo spogliatoio, dove toglie il grembiule, si risiede accanto agli armadietti e riposa beato.

A più di vent’anni dall’apertura illegale dell’autogrill, l’attività funziona alla grande e rende bene. La vetrata, le insegne luminescenti, ma soprattutto l’uscita autostradale creata ad hoc togliendo parte del guardrail e collocando segnalazioni che possono anche trarre in inganno, mandano gli ignari autisti nell’ampio parcheggio dove non possono sfuggire alla Signora.

Appena parcheggiato, gli occhi dei malcapitati non riescono a staccare lo sguardo dalla struttura. Si pensa a qualche messaggio subliminale nell’insegna, dove, con il nome del ristoro Lauto Grill, creato in memoria del nonno di Ginevra Lauto Oliviero Bernardini, si nota il disegno di un immenso e invitante barbecue.

All’interno s’impone uno smisurato bancone che occupa l’intera larghezza dello stabile. I prodotti esposti nella vetrina sottostante, come si può immaginare, sono davvero tanti. Si pensi che mai nessuno ha lasciato quel luogo senza aver trovato quello che cercava. Addirittura, si narra di un vecchio pescatore d’acqua dolce che ci comprò delle esche fresche: Ginevra, alla richiesta di un vasetto di lombrichi da parte del cliente, partì a razzo in direzione del praticello dietro al museo dove a mani nude trovò la merce richiesta sotto la sua terra e a costo zero.

Nella metà sinistra del locale c’è la zona dedicata al ristoro, con un’ampia scelta di dolce e salato. Panetteria fatta in casa da far impallidire i migliori pasticceri e panettieri del mondo. Una quantità infinita di bevande, dal caffè Kopi Luwak al chinotto, dal Sakè di Osaka al Lambrusco romagnolo. La metà sul lato destro è destinata invece a una clientela culturalmente più preparata. Lì, infatti, si trovano gli ultimi best seller, tra i quali, al momento, il libro che tenete in mano. Completano lo scaffale LP, CD, DVD, blu-ray, MP3 e tutte le sigle possibili e immaginabili. Ci sono giochi per tutte le età, dai sonagli ai secchielli con palette e formine, le serie di giochi elettronici e i videogiochi più conosciuti e per finire, dietro una tenda, dei gadget intriganti per dare un po’ di pepe al resto del viaggio e della vita amorosa. Però le pile non sono incluse.

Nella metà centrale, la terza metà, c’è Lei. La Signora domina il locale dal centro geografico e magnetico dello stabile. Con ben due registratori di cassa, il primo che dà sul museo, un RIV originale a manovella del 1961 modello 968 028 4001/20 con rotolino di carta per lo scontrino integrato, mai usato, come nuovo e il secondo che fa parte della moderna struttura del Lauto Grill: ultimo modello della Electonics Fiber Corporations, il K422-C a controllo numerico e scanner digitale con lettori laser a lettura multipla. Nonostante sia la cassa registratrice più cara in circolazione, in soli due mesi questa bomba tecnologica è stata ammortizzata.

Proprio ai piedi di questo demonio incassatore troviamo beni di prima necessità: figurine e album in tutte le lingue, sigari, sigarette e tabacchi di ogni genere, braccialetti, anelli e orecchini per tutti i gusti. Ma l’idea più geniale di questo ritrovo è il GrillLotto, una lotteria con estrazione bisettimanale che, affiancato al LautoMillions con estrazione quindicinale, fanno la fortuna del locale, nonostante siano un filino rischiosi dal lato fiscale.

Questa bisca nasce non solo da un’idea di Ginevra, ma anche dai molti calcoli e studi statistici e di probabilità elaborati dal suo cliente fisso: l’uomo con il taccuino. Grande appassionato di matematica, entra nell’autogrill tutti i giorni alla stessa ora. Mattino e sera, domenica e festivi mezz’ora dopo.

Questa mattina è più pensieroso degli altri giorni:

«Salve Ginevra, il solito per favore.» Poi aggiunge attento:

«Le brioche sono fresche, vero?»

La Signora non può che rispondere:

«Giacomo, lo sa benissimo che qui da noi trova soltanto merce fresca e di prima qualità!»

Lui, da buongustaio e gourmet di un certo livello, lo sapeva benissimo. Era questo il motivo per cui la sua sosta era diventata indispensabile, oltre al fatto che per andare al lavoro doveva per forza passare di lì. La freschezza e la delicatezza del cibo, soprattutto della panetteria e pasticceria rendevano la visita una necessità.

Giacomo è un tipo solitario ma non un orso, dalla presenza fisica importante: 2,02 metri per 138 chili.

Mentre aspetta di essere servito, si gode l’ascolto dell’Adagio for Strings, op.11 di Samuel Barber, una musica intensa, profonda e delicata allo stesso tempo. Uno dei sui pezzi preferiti. Forse non era un caso che la suonassero proprio in quel momento. Che fosse un buon auspicio? Lì dentro si sentiva sempre musica straordinaria, non forte né fastidiosa, ma giusta. L’armonia perfetta. Non si era mai permesso di chiedere da dove o da chi provenisse la competenza musicale e in fondo non gli interessava nemmeno. Ma questo piacevole ascolto faceva sì che anche la sua terza passione fosse soddisfatta.

Ginevra:

«Ecco il suo caffè, la brioche ancora tiepida appena sfornata e il giornale.»

Giacomo non esita un attimo, prende la brioche, la osserva, la annusa e alla fine la addenta. Chiude gli occhi.

L’auspicio si rivela corretto. La brioche era quella!

Apre il taccuino e ne segna data, ora, dimensioni e peso a occhio, poi aggiunge delle impressioni, delle sensazioni provate al momento dell’assaggio. “Ricordi del passato” “Da dove vengo?” “Cosa c’è dopo la vita?”. Frasi senza un senso compiuto, ma che potranno sicuramente aiutarlo a risolvere l’arcano. A scadenze irregolari infatti gli veniva servita una brioche con un sapore unico, particolare, delicato e difficile da descrivere. Questo evento appassionava Giacomo perché riusciva ad abbinare due delle sue tre passioni: la matematica, chiamata a risolvere la strana frequenza del fatto stesso e la gastronomia, preziosa compagna nella scoperta dei sapori più misteriosi.

Giacomo, discendente da una stirpe di becchini, i famosi Bettoni, è un autodidatta: le sue capacità e conoscenze sono frutto del molto tempo passato in biblioteche, ristoranti e sale da concerto di tutto il mondo. Forse scoprire che una delle due arti possa influenzare l’altra oppure che la scienza razionale dei numeri possa incidere sulle sensazioni soggettive dell’essere umano, gli dà una forte spinta nel voler conoscere e sapere la verità su tutto.

Ciò nonostante questo non gli basta a trovare la soluzione del dilemma gastro-statistico. The Sound Of Silence, cantata da Simon & Garfunkel, è il degno sottofondo musicale alla superba post-colazione. Rilassarsi quando il resto delle persone è in piena frenesia, rimane una cosa incredibilmente piacevole ed elitaria.

«Oggi mi arrivano dei filetti di carpa dal Canada» confida Ginevra, risvegliando Giacomo da torpore. «Il camion dovrebbe passare da qui verso le tre.»

Trovandosi su una delle arterie principali per il traffico di merci, inizialmente la Signora non aveva che da chiedere agli autisti in sosta la bolla di trasporto in cambio del parcheggio gratuito per un’ora. Studiata la bolla, se la merce poteva interessare, offriva al fortunato chauffeur un biglietto del GrillLotto in cambio di un po’ della raffinata mercanzia. Una volta che si fu sparsa la voce, Ginevra non doveva neppure più privarsi del guadagno sui posteggi: gli autisti le portavano volontariamente la bolla; in certi casi, i più tecnologici gliene mandavano una copia per fax il giorno prima. Ovviamente nessun biglietto della lotteria aveva e avrebbe mai vinto.

* * *

«Il Lotto! Devo andare a giocare al Lotto.»

Secondo risveglio brusco della giornata. Ad assistere a questa scena, ancora una volta, Giuditta:

«Buongiorno dormiglione, posso offrirti un caffè?»

«Ma che ore sono?»

«...è quasi l’ora dell’aperitivo.»

«Questa volta do buca. Una corsetta depurante, un doccione e poi stasera ho un corso.»

«Segui dei corsi? Ahahahahah! Non segui le lezioni ma frequenti dei corsi la sera? Sei proprio strano tu.»


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