Excerpt for Walhalla Korps by , available in its entirety at Smashwords


WALHALLA KORPS


Copyright 2017 Fabio F. Centamore

Copertina:

Tiziano Cremonini © 2017


Pubblicato da Unreal Books

isbn: 978-0-244-93798-0


TUTTI I DIRITTI RISERVATI





Contenuti

PROLOGO

Scena I

Scena II

Scena III

Scena IV

Scena V

Scena VI

Scena VII

Scena VIII

Scena IX

Scena X

Epilogo al lettore

L'Autore

PROLOGO

Carissimo spettatore, nella tua infinita pazienza ti starai sicuramente chiedendo la stessa cosa. O meglio, ti starai chiedendo: perché, con tante pubblicazioni di narrativa in circolazione, è andato a scrivere una storia del genere? Una storia di guerra, di quelle che ormai non si leggono più. E poi, che vorrà dire una copertina così... “autoevidente”? In effetti, potresti non sentire il bisogno di leggere questa storia. Dopotutto, impatta solo me che l'ho scritta. Anzi, impatta direttamente i miei nonni e, in parte, i miei genitori. In sostanza, è frutto di racconti ascoltati da bambino, vecchie storie per far passare i pomeriggi invernali. Ricordi, forse non proprio nitidi, tirati fuori per compiacere un nipotino avido di storie. Noi oggi possiamo solo immaginare quei tempi lontanissimi. Tuttavia, ciò che per noi è solo immaginazione e fantasia è per loro vita vera e vissuta. I bombardamenti, le battaglie cruente, l'occupazione delle truppe straniere, perfino la fame e la vita fra le macerie. Tutto parte di un passato che, tutto sommato, non ci riguarda più. E se così non fosse? Se questo passato, in qualche modo, fosse ancora vivo e ben presente nel nostro DNA di figli e nipoti? Se così fosse, non avremmo noi il dovere di sublimarlo e renderlo ancor più vivo alle nostre coscienze? Questo è stato il mio dubbio iniziale, la molla che ha fatto scattare l'incipit di questa storia. Ecco perché ho voluto ambientarla in un tempo (il 1943, l'invasione alleata della Sicilia) e in un luogo (Lentini, provincia di Siracusa, il mio paese d'origine) reali. Reali sono anche le circostanze che fanno da contorno: lo sbarco dei commandos britannici, l'attacco notturno al ponte sul fiume San Leonardo, la conquista di Lentini. Tutto ciò è accaduto davvero, un piccolo pezzo di storia locale dimenticata fra le pieghe della grande storia. Il resto? Beh, il resto sarebbe farina del mio modesto sacco e parte integrante del vostro divertimento, spero. Su il sipario, ordunque, entrino gli attori!

Scena I

— Diamo inizio alla nostra… Hem! — Il colonnello si schiarì la gola, scambiò una fugace occhiata con l'americano, quindi buttò l'ennesima occhiata all'orologio. — Sono le ore otto e quaranta del mattino — annunciò togliendosi il monocolo — possiamo cominciare la nostra... Sì, la nostra... Come dovremmo definirla, maggiore? — Chiese rivolgendosi all'americano, giusto alla sua destra.

— Chiacchierata semi formale. — Sentenziò quello incrociando le braccia al petto, il distintivo con la punta di lancia dorata su fondo nero luccicò dalla sua spalla sinistra.

— Ottimo. — Il colonnello si lasciò scappare un mezzo sorriso e fece un cenno al dattilografo seduto alla sinistra della scrivania. — Sono presenti il maggiore James Cornelius Walters dell'Office of Strategic Services e il sottoscritto, tenente colonnello Alfred Tennyson, cinquantesima divisione fucilieri reali “Northumbria”. È stato convocato anche il tenente Gordon Elton Van Gould, trentesima Assault Unit Commando. Oggetto della presente chiacchierata saranno i fatti accaduti fra il tredici e il quattordici luglio, culminati con l'occupazione di Lentini e del ponte sul fiume San Leonardo. Tutti i presenti e i testimoni chiamati a intervenire sono vincolati alla totale riservatezza: gli argomenti sono coperti da segreto militare, nulla di quanto verrà detto dovrà lasciare questa stanza.

Tennyson tacque e lasciò che il dattilografo smettesse di battere sui tasti, infine afferrò la pila di carte sulla scrivania e se la trascinò sotto il naso. Dopo aver inforcato di nuovo il monocolo, cominciò a sfogliarne ogni singola pagina torcendosi i baffi grigi. L’americano, intanto, non apriva bocca e non muoveva un solo muscolo. Osservava e basta. Lasciava saettare il suo unico occhio sulle fugaci forme prodotte dalla luce mentre il sole occhieggiava contro i mobili di legno intarsiato. L'occhio di vetro, riconoscibile dalla fissità della pupilla, e il viso tondo dal colorito roseo facevano a cazzotti con la camicia bruna a maniche corte e i gradi da maggiore sul colletto.

Van Gould accavallò le gambe e attese che qualcuno si decidesse ad arrivare al dunque, trovava inquietante la presenza di un O.S.S. in una zona del fronte di esclusiva competenza britannica. Forse era solo il caldo infernale lì dentro a renderlo ansioso, perfino il frusciare dei fogli fitti fitti di caratteri era quasi coperto dal frinire ininterrotto delle cicale. Spostò lo sguardo verso i rami contorti dell’albero di limone fuori dalla finestra, alle spalle dei due ufficiali. Non aveva una sola spina e, come tutte le piante di agrumi che aveva visto lì intorno, era potato in modo da assumere una forma circolare. Pensò che sarebbe stato utile imparare quella tecnica di potatura, gli sarebbe piaciuto metter su un limoneto nella piccola tenuta del Somerset una volta tornato a casa.

— Coraggio — sbottò Tennyson mollando i baffi e togliendo il monocolo — vogliamo cominciare l’esame dei testimoni?

— Testimoni? — Van Gould non aveva ancora fatto colazione, scattò in piedi facendo scricchiolare la minuscola sedia di legno. — Ho capito bene, signore?

— Tenente Gordon Elton Van Gould — Walters si era chinato in avanti per sporgersi verso di lui, la voce dal forte accento strascicato suonò con la stessa profondità di un tuono fra le pareti affrescate della stanza — le ricordo ancora che è vincolato dal segreto militare. Potrà rivolgere delle domande ai testimoni, ma le è assolutamente proibito prendere appunti: niente di quanto sentirà dovrà uscire da questa stanza.

Trafitto dallo sguardo sghembo del maggiore, Van Gould chiuse la bocca e tornò a sedere sullo scomodo trespolo. Nel silenzio improvviso, temette che i brontolii dello stomaco cominciassero a rimbombare contro le pareti. Tennyson lo tolse dall’imbarazzo facendo un cenno esplicito verso la zona più in ombra della stanza. Il battito dei tacchi rivelò la presenza di un sergente alto quanto la porta lì accanto; Van Gould ebbe solo il tempo di notare una faccia tonda e pallida su un collo taurino, il tutto sopra un paio di spalle larghe poco meno del doppio battente della porta e ben infagottate nella camicia grigio verde dei fucilieri reali. Il sergente spalancò l'uscio rivelando un angusto vestibolo dalle pareti verde bottiglia, due tipi in uniforme da commando fecero un paio di passi avanti e si irrigidirono sull’attenti.

— Prendete posto, signori — disse Tennyson senza sollevare lo sguardo dalle carte — pare che il tenente abbia una colazione in sospeso.

I due commando, un sottotenente dalla faccia da pretino di campagna e un soldato scelto tutto lentiggini e naso a pomodoro, incresparono i volti tirati in una specie di sorriso e si accomodarono sulla panca di legno di fronte al trespolo di Van Gould. Il sottotenente era rigido come un manico di scopa, ma non smetteva di tamburellare le dita sulle ginocchia. L’altro, invece, gettò i gomiti sulle gambe e lasciò saettare lo sguardo da un angolo all’altro della stanza, la palpebra sinistra gli andava su e giù all'infinito. Van Gould notò che portavano entrambi il distintivo del terzo battaglione e una decorazione scarlatta sopra il taschino della camicia, poi la voce stentorea di Tennyson richiamò la sua attenzione.

— Nome e rango — il colonnello infilzò i due con uno sguardo azzurro intenso — prima il più basso in grado.

— William Scarlett, soldato scelto, terzo battaglione commando. — Esordì il lentigginoso con voce così rauca da risultare appena udibile sotto il ticchettare della macchina da scrivere.

— Gregory Peter Adams, sottotenente, terzo battaglione commando. — Replicò il pretino, la voce era profonda e riempiva l'aria bollente della stanza.

Tennyson si voltò di nuovo a cercare l’approvazione di Walters, ma l’americano si era trincerato nella completa immobilità e sembrava un pezzo di marmo rosato.

— Soldato Scarlett — ordinò infine — riferisca i fatti accaduti nella notte fra il tredici e il quattordici senza omettere alcun particolare.




Scena II

Cristo se era nera quella notte!

Io sono di Haye-On-Wye e ne ho viste di notti buie e senza luna, ma per noi del Powys, in Galles, le notti prive di luna sono sempre limpide e stellate. Nelle notti così si potrebbero contare i fili d’erba. Anche quando abbiamo attaccato Tobruk, in pieno deserto, e perfino nel porto di Alessandria, stipato sul ponte di una nave, non si era mai vista una notte così scura e buia.

Salpammo da Augusta sotto una cappa più nera dell’inchiostro, distinguevo a malapena il palmo delle mani. Il mare era uno schifo e non riuscivo a farmi passare la nausea, nemmeno chiudendo gli occhi. Sapete, è un trucco che mi ha insegnato il fratellastro di mio padre: zio Harold era un marinaio di lungo corso e ne sapeva sempre una più del diavolo in fatto di mare. Con tutte quelle onde, però, immersi com’eravamo nel buio inchiostro, neanche lui avrebbe saputo dove dirigere la prua. Ricordo che vicino a me c’era un certo Benjamin Keepher, un ragazzo di Bristol, ogni tanto ci scambiavo due chiacchiere. Non smetteva più di mangiare, pace all’anima sua! Faceva così ad ogni missione, apriva la gamella (chissà come faceva ad averla sempre piena) e ci dava dentro fino al momento dello sbarco.

— Ne vuoi? — Mi chiese porgendomi il cucchiaio. — Mi viene sempre una fame del diavolo, ad ogni cazzo di sbarco. — Respinsi la robaccia tappandomi il naso per non dare di stomaco. — Se non mangio adesso, vecchio mio, mi verrà un’ulcera perforante prima di sparare un solo colpo.

Fu l’ultima volta che lo vidi, risulta al momento fra i dispersi della missione. Mi girai verso il mare senza rispondergli, forse guardare le onde spumose oltre la fiancata mi avrebbe reso la traversata più sopportabile. Ci avevano sistemato sul ponte di sbarco, dovevamo essere pronti a saltare dentro gli LCA in qualsiasi momento. La costa era completamente oscurata, uscimmo dalla baia di Augusta e doppiammo il capo compiendo un giro largo per non farci individuare subito dalle difese costiere. Si ballava che era una meraviglia e il mare non voleva saperne di collaborare. Andò molto peggio quando entrammo nella baia di Agnone. A bordo della Prince Albert l’aria si poteva tagliare con la baionetta, mi sentivo affogare nel caldo umido e immobile, non sapevo più come arginare i rivoli di sudore che scorrevano giù dall’elmetto fin dentro il colletto della giubba. Infine arrivò l’ordine del maggiore Young. Dalla mia posizione potevo vedere l’estremità del ponte superiore, scorsi così il viso del maggiore e il braccio alzato nel segnale convenuto. Ci alzammo in piedi, i compagni più vicini alla fiancata iniziavano già a calarsi dentro gli LCA.

Il bagliore illuminò a giorno l’intera spiaggia, una selva di tuoni rese impossibile udire gli ordini del sergente a due passi da me. La città di Catania era sotto attacco, potevamo scorgere le esplosioni e le fiamme arancio scaturire dall’estremità opposta della baia. L’operazione “Fustian” era iniziata ad appena dieci chilometri più a nord, il cielo nero si illuminò delle scie dei traccianti seguite dai primi colpi della contraerea. Nulla di tutto ciò impedì alle bombe al fosforo di abbattersi su Catania. Rividi Coventry, le immagini del cinegiornale, ma fu solo un attimo di smarrimento prima che lo LCA toccasse l'acqua. Stomaco chiuso e sguardo fisso sulla spiaggia buia, dentro quella tinozza il mare faceva ancora più paura. A circa duecento metri dalla battigia il caos che stava smembrando Catania si fece all'improvviso lontano e insignificante. Aprirono il fuoco quando distinguevo già il biancore della sabbia, l’aria si riempì di proiettili e schizzi salmastri. Qualcuno cominciò ad abbaiare ordini, le mitragliere cominciarono a vomitare piombo verso la scogliera alla nostra sinistra. Un tipo grande e grosso mi cadde addosso proprio mentre stavo per saltar giù, sprizzava sangue dalla faccia. Fui uno degli ultimi a mettere i piedi a mollo, incespicai nella sabbia morbida e rotolai fra il ronzio incessante dei proiettili. I grani di sabbia erano grossi e freschi, scivolavano sulla pelle per infilarsi dentro le maniche. Una granata esplose quasi sotto il mio naso spostando una nuvola di sabbia dritto negli occhi, strisciai verso destra cercando di raggiungere la strada.

— Togliamoci da qui — urlava il sergente Benson a pochi centimetri dal mio orecchio — statemi dietro!

Lanciò qualcosa di tondo e scattò in piedi a correre, il fragore dell’esplosione mi schiarì la vista e cominciai a correre dietro il sergente. Riconobbi il caratteristico tuono dei cannoni della Tetcott, aprirono il fuoco insieme all'artiglieria della Prince Albert. Il muro di rocce nere sul fianco sinistro della spiaggia divenne un inferno di lampi assordanti, la sabbia tremò sotto i piedi facendoci perdere i passi. Benson, davanti a me, non smetteva di correre e sparare, ma l’aria si era fatta grigia di fumo e non si distinguevano altro che sagome in movimento. Con gli occhi che lacrimavano, cercai di correre più veloce che potevo in linea retta. Figure informi apparivano e svanivano intorno a me, ma la cortina tutta cenere e nuvole mi impediva di distinguere uomini e oggetti. Potevano essere cespugli, nemici o i miei stessi compagni. Mi sentii afferrare alla spalla e mi ritrovai a fissare gli occhi scuri del tenente Burrows.

— Da questa parte.

Mi tirò via l’attimo prima che esplodesse una granata, ci accucciammo dentro un cespuglio di erbaccia. Quando il fumo iniziò a diradarsi, scorsi per un istante il nastro polveroso della strada. Qualcosa stava svolazzando sopra la curva più lontana, in direzione della stazione ferroviaria. Sembrava un grosso aquilone, si spostava pigro sopra le correnti d'aria compiendo una curva lenta e ampia verso la stazione. Mi voltai verso il tenente per informarlo, solo allora mi resi conto che l’intero plotone si era raccolto attorno a noi sul ciglio della strada.

— Dobbiamo raggiungere i binari — bisbigliò Burrows mentre alle nostre spalle l’intensità del combattimento aumentava — ricordatevi che la ferrovia è la via più sicura per raggiungere il nostro ponte. Sergente Angus, vada avanti con la sua squadra costeggiando la strada.

— Agli ordini — Borbottò Angus prima di sparire fra i cespugli insieme ai suoi uomini.

— Benson — chiamò il tenente — dove siete?

— Signore, non è con noi. — Gli rispose Milford infilandosi fra me e il tenente.

— Va bene, caporale. Prenderete voi il comando della squadra di Benson, sarete la nostra retroguardia.

Ci allontanammo strisciando fra i cespugli e la sterpaglia che costeggiava la tortuosa via sterrata. L’aria era satura di bagliori, aleggiavano lontani sopra Catania mentre la terra non smetteva di tremare ogni volta che una cannonata raggiungeva la scogliera. La cortina fumogena, intanto, si fece sempre meno fitta man mano che ci allontanavamo dalla spiaggia. Più volte tornai a scrutare il cielo oltre la curva più lontana, ma vedevo solo colonne di fumo grigio e bagliori lontani contro il nero seppia della notte. Non sapevo cosa stesse accadendo dietro di noi, il combattimento non accennava a diminuire intensità. Il nostro obbiettivo, però, era quello di raggiungere e prendere il ponte di Lentini, non la spiaggia di Agnone. Raggiunta la stazione ferroviaria, dovevamo seguire i binari per cinque o sei chilometri. Fino a quel momento, le difese non sembravano insuperabili. Nonostante l’intenso fuoco di sbarramento sulla spiaggia e dalla scogliera adiacente, non avevamo ancora visto faccia di tedesco o italiano che fosse. Le cose cambiarono un paio di chilometri più avanti, quando raggiungemmo la stazione.

Io sono delle campagne del Galles, è vero, ho imparato fin da piccolo un sacco di leggende su spettri e demoni che infestano rovine di castelli e borghi abbandonati. Eppure, non ero preparato a quelle… Insomma, a quello che ci capitò quella notte, proprio alla piccola stazione di Agnone. Ci eravamo allontanati dal tracciato sterrato, pensammo di accorciare il cammino tagliando attraverso un limoneto. Gli alberi erano bassi e fin troppo ravvicinati, avanzavamo con qualche difficoltà a causa dei rami pieni di spine. Benson, tuttavia, non trovava alcun ostacolo con la sua avanguardia e pensava che avremmo raggiunto prima i binari avanzando in ordine sparso fra i limoni. Alla mia destra tenevo d'occhio la sagoma segaligna di Neville con la radio in spalla, avanzava piegato in due per evitare i rami poiché una spina grossa come il suo indice gli aveva lacerato il basco. Improvvisamente lo vidi buttarsi a terra, strisciò verso la base di un grosso limone e puntò il Thompson verso una fitta schiera di alberi alla sua sinistra. Lo imitai all’istante, mi accorsi che il fogliame sulle cime ondeggiava sempre più. Raggiunsi Neville e mi preparai a sparare nella stessa direzione, accanto a me si era posizionato anche Moore con il suo Lee Enfield equipaggiato con mirino di precisione. Il caporale Milford, invece, era poco più avanti e ci faceva segno di esser pronto anche lui. C’era qualcosa fra quegli alberi, avanzava carponi smuovendo le piante e calpestando i frutti caduti, ci rendemmo conto che potevano essere anche più numerosi di noi e forse si erano accorti della nostra presenza. Puntai il Thompson in direzione delle sagome in movimento, ma non osavo ancora aprire il fuoco. Accanto a me, Neville e Moore erano immobili come scolpiti nella pietra. Lanciai allora uno sguardo in direzione di Milford, ma si era fatto più buio di prima e i bagliori della contraerea sopra Catania non rischiaravano abbastanza.

— Ouch!

L’urlo gunse soffocato, ma distinto. A dispetto dell’eco persistente dei bombardamenti, fra i limoni stagnava un silenzio così spesso che si poteva fare a fettine. Ci guardammo in faccia: non “Autsh!” o “Ahi!”, ma un inglesissimo “Ouch!” Scambiai un cenno d’intesa con gli altri due e cominciai a defilarmi verso il macchione di alberi. Strisciai fra le piante cercando di farmi sentire il meno possibile, passarono diversi minuti prima che riuscissi a scorgere la sagoma di un elmetto a testuggine. Poggiai la canna del Thompson su una cunetta di terra e...

— Ehi, amico! — Sbottò qualcuno da dietro un tronco alla mia destra, era un perfetto accento del Derbyshire. — Siamo della prima brigata, non sparate.

— Che diavolo ci fate quaggiù? — Sbottai riconoscendo solo allora l’elmetto retinato dei parà.

Fummo costretti ad accelerare il passo e raggiungere Burrows con il resto del plotone. Ormai eravamo in vista della strada ferrata davanti alla stazione, poco più di una casupola con la targa “AGNONE” scritta a caratteri cubitali e un minuscolo passaggio a livello attraversato dalla strada sterrata che conduceva dritto a Lentini. Tuttavia, il tenente non digerì bene l’incontro con i ragazzi della prima brigata aviotrasportata e ordinò di fermare l’avanzata.

— C'è poco da dire — esordì il tenente Caldwell, l’ufficiale al comando del gruppo. Si trattava dell’equipaggio intero di un aliante: una trentina di uomini completamente equipaggiati più i due piloti — i Dakota hanno sganciato il cavo troppo presto, lassù si ballava davvero forte.

— Temo che a questo punto non vi rimanga altro che unirvi a noi. — Burrows lo disse con una brutta smorfia stampata fra i baffi, non era un buon segno trovare i parà così a sud.

— Abbiamo l’ordine di attaccare il ponte sul Simeto — ribattè Caldwell dopo una rapida occhiata ai suoi due sergenti — il nostro dovere è raggiungere a tutti i costi l’obbiettivo assegnato.

Stavamo perdendo tempo in chiacchiere, ma ce ne rendemmo conto troppo tardi. Uno schiacciapatate atterrò a poca distanza dai due ufficiali, giusto il tempo di gettarmi a terra prima che piovessero rami, radici e brandelli di carne bruciata ovunque. Li vidi solo dopo aver sollevato la testa, quando il fumo si diradò fra i lampi della contraerea. Erano più scuri della notte, scivolavano silenziosi sulle loro ali come giganteschi avvoltoi. Piovvero altre due granate prima che mi riprendessi. Cominciai a sparare prima di capire cosa diavolo fossero e scaricai il Thompson contro le ombre volanti, ne vidi cadere uno contro i rami spinosi di un limone e scattai in piedi verso la strada ferrata. Agivo d’istinto, intorno a me si moltiplicavano le esplosioni e si intensificava il rantolo soffocato delle nostre armi. E poi c'erano le urla. Quelle cose volanti lanciavano versi acuti e prolungati, ti entravano nel cervello trapassando l’udito da parte a parte. Al buio inciampai su qualcosa di grosso e rischiai di ruzzolare sopra i binari: il cadavere del sergente Angus con il viso spappolato a metà da artigli molto affilati, il resto dell’avanguardia era sparso fra il limoneto e la stazione dall’altra parte dei binari. Sotto i lampi della contraerea vidi i corpi a brandelli di quei ragazzi, gettati fra i sassi e le traversine come scarti di macelleria. Il caporale Milford mi afferrò per il bavero spostandomi di lato, l’ombra volante lo acchiappò avvolgendolo fra le grandi ali di membrana. Era più alto di me, due piccoli occhi rossi, il naso largo e schiacciato su una bocca piena di zanne. Quando Milford gli affondò la baionetta in gola, emise un grido assordante e crollò rigido accanto al cadavere del sergente: indossava una bandoliera a tracolla carica di schiacciapatate e un collare con il simbolo dell'aquila che regge il rombo della Wermacht fra gli artigli. Capite? Quei cosi portavano il distintivo della divisione corazzata “Hermann Göring”!

— Corri! — Urlò Milford continuando a sparare verso le creature volanti.

Saltai sopra i binari, dalla pensilina della stazione un fitto fuoco di copertura proteggeva la mia corsa. Infine mi addossai contro la parete a ricaricare il Thompson, la voce chioccia del tenente Burrows non smetteva di sussurrare alla radio mentre Moore e altri due compagni mantenevano il fuoco di sbarramento.

— Non abbiamo mai visto roba così — borbottò mentre mi univo agli altri nel coprire l’avanzata dei compagni — stazione presidiata da creature volanti della “Göring”… Maledizione, non sono parà! Non lo so che diavolo sono queste cose, so solo che volano! Ci faranno a pezzi se non…

L’esplosione di una granata fece crollare l’estremità destra della pensilina e ci ricoprì di schegge di legno. Un battito d‘ali e una di quelle cose afferrò Moore per il collo spezzandoglielo con un solo colpo d’artiglio, poi mi balzò addosso in meno di un amen. Serrai il dito sul grilletto e gli scaricai addosso tutti i colpi rimasti nel caricatore, la creatura non mostrò la minima smorfia di dolore.

Zu Boden, Engländer! — Urlò con quel suo tono stridente e nasale, si afflosciò sul pavimento lasciando rotolare giù uno schiacciapatate innescato.

Ricordo il botto assordante. Credetti di volare via, lontano dalla pensilina, ma atterrai duro sopra i binari. Immobile a faccia in su, rimasi a osservare le sagome snelle e scure dei mostri volanti: cavalcavano l'aria come giganteschi pipistrelli affamati mentre il fumo si levava denso fra le fiamme della stazione. Non ricordo molto altro, signore. Quando ho ripreso i sensi, ero su una barella sgangherata nel piazzale di un ospedale da campo. C'erano un sacco di altri ragazzi feriti e in condizioni peggiori delle mie. Non so dirvi come ho fatto ad arrivare fin lì.

Scena III

— In verità, soldato Scarlett — il maggiore Walters si interruppe per frugare nella pila di carte — risulta dai rapporti che sia stato recuperato e portato all’ospedale più vicino in seguito a un’operazione di rastrellamento. — Il maggiore ripescò un foglio giallastro dal mucchio accanto a Tennyson e gli dette una lunga sbirciata. — Pare che sia stato un abitante del luogo, un pastore, a segnalare la sua presenza in una delle numerose grotte intorno a questo paese.

— Mi perdoni, maggiore. — Disse Van Gould allungando le gambe sulle maioliche dai fantasiosi motivi geometrici. — Quel rapporto dice a quale distanza dalla stazione di Agnone è stato ritrovato?

Walters grugnì agitandosi sulla sedia, riprese in mano il foglio e gli dette una nuova occhiata. L’occhio di vetro, come animato da volontà propria, continuò a fissare la parete buia.

— Niente da fare, tenente. — Commentò deponendo il foglio sulla pila.

— Direi di andare avanti, allora. — Aggiunse il colonnello Tennyson lucidando il monocolo con un fazzoletto candido. — Tenente, comprendo che il racconto del nostro Scarlett abbia suscitato un bel po’ di domande, ma potrà aprire il fuoco solo dopo la testimonianza del tenente Adams.

Come desidera, signore. — Ribattè Van Gould allargando le braccia, in realtà non aveva alcuna fretta di fare domande.


*******


Ero molto vicino al capitano Pearson, quando arrivò il messaggio radio di Burrows. La spiaggia era un pandemonio di esplosioni e urla, intorno a noi volavano più proiettili che zanzare. Tuttavia, la cortina fumogena lanciata dagli incrociatori ci permise di oltrepassare la striscia di sabbia senza grossi danni. Il nostro primo obbiettivo era la stazione e i binari che ci avrebbero permesso di arrivare vicino al ponte senza perdere troppo tempo, ma non potevamo ancora accorgerci dello scontro in atto laggiù. Il messaggio di Burrows fu un completo shock.

— Parà tedeschi? — Urlò il capitano gesticolando verso di me. Mi avvicinai giusto in tempo per vedergli mutare l’espressione in una smorfia mai vista prima. — Burrows, che diavolo… Che tipo di creature… Uomini pipistrello della divisione “Göring”? Ma…

Di colpo, allontanò il ricevitore dall’orecchio per riavvicinarlo subito dopo. Riappese la cornetta alla radio e mi lanciò un’occhiata indecifrabile, era furibondo ma non sapeva con chi prendersela.

— Scordiamoci la stazione e i binari. — Commentò acido tirando fuori la mappa dal taschino della giubba. — Qualcuno riferisca al colonnello Slater che proseguiremo tagliando per le campagne, il plotone di Burrows terrà occupato il nemico alla stazione il più a lungo possibile.

— Ma, signore — protestò qualcuno degli altri ufficiali — Burrows rimarrà isolato.

— Togliamoci subito da qui! — Sbottò il capitano mettendosi a correre a testa china verso l’interno.

Ci infilammo fra i cespugli che costeggiavano i margini dello sterrato oltre la spiaggia, poi compimmo un giro molto largo per evitare la stazione ferroviaria. Non c’era luna quella notte e il cielo era davvero buio, rischiarato a tratti dai bagliori del bombardamento in corso su Catania e dai colpi fitti della contraerea. Il terreno iniziò a salire e a farsi sempre più aspro, la sterpaglia lasciò il posto a una fitta macchia di alberi incolti. Attraversammo i binari a circa mezzo chilometro dalla stazione, il crepitare delle mitragliatrici e lo scoppio delle granate in lontananza ci diceva che Burrows era sempre sotto attacco. Non vidi alcuna sagoma volante ne ombre strane, ma la stazione si trovava dietro una lunga curva che mi nascondeva il teatro dello scontro. Superati i binari, la marcia si fece ancor più complicata a causa del terreno in forte pendenza. Eravamo costretti ad evitare la strada e i binari, qualsiasi via di normale transito insomma. Ci ritrovammo, così, a passare per una serie infinita di angusti terrazzamenti coltivati a vite. Questa gente, signori, sfrutta ogni centimetro di terra disponibile per ogni tipo di coltivazione, non solo agrumi. I filari di quella maledetta vigna rappresentarono un ostacolo molto più duro di uno sbarramento di reticolati a cavalli di frisia, sia a causa della pendenza del terreno che per la sua friabilità. Coprimmo diversi chilometri strisciando carponi lungo i bordi dei terrazzamenti, in rigorosa fila indiana. Sarebbe bastato un solo cecchino appostato dall’altro lato della strada per bloccarci l’avanzata e farci pagare lo sbarco a caro prezzo. Non incontrammo, però, alcuna resistenza, il silenzio era rotto solo dalle imprecazioni soffocate della truppa e da qualche ciottolo che rotolava giù sul terreno fangoso. Approdammo a un’ampia pianura, la vigna e le terrazze divennero una distesa di agrumi a perdita d’occhio. Ci sparpagliammo fra gli alberi nel massimo silenzio, vi erano diverse aree bruciate e devastate dai bombardamenti che facilitavano il cammino. Il capitano, però, era molto nervoso: aveva ordinato due squadre di esploratori e altre due a proteggere i fianchi. Si comportava, insomma, come se dovessero attaccarci da un momento all’altro. Ordinò di ritirare le squadre di esploratori soltanto in cima all’ultima collina.

Eravamo circondati da spighe di grano che ricoprivano l’intera altura e ci nascondevano alla vista del nemico. Sotto di noi, alla nostra sinistra, si snodava il corso del San Leonardo. Affondato fra tortuose rive piene di canne, il fiume strisciava fra le colline per passare sotto il nostro ponte e raggiungere Lentini. Il paese era quasi invisibile al buio, ma si distingueva il chiarore emanato dalle casette di tufo e il profilo di qualche palazzo più alto. Il ponte era dritto davanti a noi, ai piedi della collinetta. A vederlo da lassù, non sembrava nulla di importante. Poco più di una carreggiata, un nastro sterrato e privo di muretti, vi poteva passare un solo camion per volta. Solo le quattro casematte dicevano molto dell’importanza strategica di quel pezzo di strada sospesa su quattro piloni. Ve n’erano due ad ogni estremità, munite di mitragliatrici pesanti e forse anche cannoni di piccolo calibro. Non eravamo i soli ad aver raggiunto l’obbiettivo. Il colonnello Slater e buona parte della truppa attendeva il momento giusto per attaccare a non molta distanza dalla nostra posizione, ogni gruppo aveva seguito un percorso diverso fra le campagne e il battaglione si stava ricostituendo alla spicciolata. Non avevamo più notizia di Burrows e non ci preoccupammo troppo di quanto succedeva alla stazione: bisognava prendere il ponte prima che facesse giorno, quello solo era importante. Erano le tre del mattino, quando il colonnello Slater e il maggiore Young decisero di attaccare.

Giocando sul fattore sorpresa, prendemmo rapidamente l’estremità est del ponte; tuttavia, non riuscimmo a raggiungere l'estremità a ovest a causa dell’intenso fuoco di sbarramento. Il colonnello decise di farci attestare a metà del ponte e, contemporaneamente, ordinò di sminare i piloni prima che gli italiani li facessero saltare. Utilizzammo tutti i massi che riuscimmo a trasportare per costruire una solida linea di difesa, lavorammo sotto il fuoco nemico e molti di noi ne uscirono malconci o peggio. Finalmente, proprio quando i nostri disinnescavano l’ultima carica, gli uomini del sergente McCarthy rivolsero le mitragliatrici pesanti catturate contro il nemico. Beh, la musica cambiò nettamente a nostro favore. Colpimmo una camionetta carica di munizioni, esplose con un boato cupo seminando il panico presso i difensori. Quello fu l’inizio della nostra fine, però.

Il silenzio completo salutò l’esplosione della camionetta, solo il crepitio soffocato del la lamiera osava infrangere il muro di calma. La luce del sole tardava ad arrivare e riuscivamo a distinguere solo qualche sagoma in movimento, non successe nulla per una decina di minuti almeno. Fu allora che il capitano mi batté una mano sulla spalla.

— Adams — sussurrò a labbra strette — abbiamo bisogno di capire cosa sta succedendo dall’altra parte. Capisci cosa voglio dire?

— Sissignore — risposi — devo avanzare con tutti i miei uomini?

— Questi sono gli ordini del colonnello — annuì stringendomi la spalla — ho fatto posizionare le mitragliatrici catturate dietro la linea di massi per coprirvi. Buona fortuna.

— Grazie, signore.

Era ancora buio pesto, sembrava che l’alba non volesse saperne di farsi vedere. Ciò che, tuttavia, ci inquietava era il silenzio totale. Una solida e spessa cappa di completa immobilità persisteva sui resti in fiamme della camionetta, sui contorni convessi delle casematte, sulle sagome contorte dei cadaveri.

Mio padre, signori, è un pastore della chiesa metodista di York. È stato lui a trasmettermi la sua fiducia nella fede e, mi ha inculcato i valori del vero cristiano. Colonnello, io credo nella speranza e porto sempre con me la bibbia che mi ha regalato il giorno che mi arruolai. So che può sembrare assurdo, ma cerco sempre la mano di dio anche in piena battaglia. Eppure, quella notte, avevo delle sensazioni molto diverse. Quella calma così improvvisa, così totale e duratura, non poteva essere un segnale di speranza. Non aveva a che fare con la mano divina, c'era puzza di maligno piuttosto.

Eravamo in venti, quando uscimmo allo scoperto. Tutti bravi ragazzi e ottimi combattenti, di molti ricordo anche il viso e l’espressione serena. Perfino in quel frangente avanzarono accanto a me in totale fiducia, avrebbero mantenuto la serenità perfino sotto il fuoco nemico. Ci inoltrammo fra le buche e la polvere, camminavamo lentamente a causa del buio fitto. I volti muti dei cadaveri si distinguevano per l'eccessivo pallore, immobili sentinelle di una notte plumbea, straziata dai feroci lampi sopra Catania. Slater aspettava l’arrivo dei rinforzi da Lentini. I ragazzi del “Northumbria” avrebbero dovuto attaccare il paese da ovest e raggiungerci dopo averlo preso e attraversato, invece la strada davanti a noi rimaneva vuota e non si sentiva arrivare alcun mezzo. Avanzammo per circa cento metri, cominciavo a distinguere la forma degli elmetti nemici dietro le barriere. Ma che stavano aspettando? Mi chiesi se non fossero semplici manichini messi lì a bella posta per prenderci in giro. Mi fermai all’istante alzando la mano a pugno. Perché rimanevano immobili senza spararci addosso? Qualcosa infine si mosse, si alzarono uno alla volta, iniziarono a togliersi gli elmetti e ci vennero incontro balzando oltre la linea di difesa.

— Gruarrr! — Urlarono aumentando l’andatura saltellante, al buio i loro occhi emanavano bagliori rossastri. — Gruuarrr!

Si lanciarono su di noi come giganteschi lupi affamati, ma non erano lupi... e nemmeno soldati. Erano molto più grossi e alti di un essere umano e ruggivano come tigri infuriate.

— Fuoco! — Gridai scaricando il Thompson verso quelle cose. Troppo tardi. Ci arrivarono addosso più infuriati che mai, i nostri colpi non facevano che aumentarne la ferocia. Mi sentii afferrare per il collo e sollevare, continuai a sparare verso il basso fino a scaricare il mitra. Crollammo a terra insieme e fu allora che riuscii a osservarlo bene. Non era una bestia feroce, indossava una tuta elastica con il simbolo della divisione “Göring”, l'aquila e il rombo, era armato solo di una grossa baionetta. Eppure i suoi lineamenti avevano poco di umano: il viso completamente peloso, la bocca piena di zanne e le orecchie a punta. Era molto più grosso e muscoloso di un gorilla. Arretrai atterrito, ma inciampai e crollai all’indietro. I miei uomini stavano cadendo uno dopo l’altro, lo scrocchiare sordo di ossa rotte si mischiava al crepitare secco dei Thompson. Preso dal panico, mi misi a correre verso la nostra linea di difesa.

— Sparate! — Urlai afferrando il revolver — Capitano, sparate subito tutti insieme!

Non ebbi il tempo di veder entrare in azione le mitragliatrici, qualcosa mi afferrò per il colletto e la cintura e mi sollevò nuovamente dall’asfalto. Mi ritrovai faccia a faccia con uno di quei mostri.

— Bist du dran, Engländer. — Bofonchiò soffiandomi in faccia.

Mi fece volare oltre il ponte. Giù, nel fiume sottostante. Il mio ultimo ricordo sono le grida dei miei uomini fra i ruggiti di quelle assurde creature e agli spari che finirono per lacerare del tutto la cappa di silenzio. Tutto questo fracasso, tuttavia, si spense in un colpo solo. Non ricordo altro purtroppo o, forse, per fortuna. Mi sono risvegliato anch’io all’ospedale di Lentini con il cranio fratturato, sono stato dimesso ieri con prognosi riservata. I medici dicono che la mia guerra è finita e che non mi rimane altro che tornare a casa il prima possibile.


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